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Violenza di genere: la misandria. Perché non ne parliamo? | Bevalory.com

“[…] Volevo raccontare tutto, tutto quanto, senza ipocrisia o paura di espormi sul tema.

 

 

Gli uomini sono vittima di body shaming (deridere qualcuno per il suo aspetto fisico), gli sono socialmente imposte delle norme comportamentali che escludono la possibilità di poter esternare sensibilità, debolezza, “eccessiva” dolcezza e quando vengono meno nel rispettarle sono derisi e paragonati a delle “femminucce”.

Non sono creduti se molestati e stuprati perché considerati “delle bestie” sempre disposte ad avere rapporti sessuali (difettose se non riescono nell’intento di conquistare almeno una partner) e quindi impossibilitate a negare ciò che fa parte della loro “natura”, in paesi come l’Italia non gli è concesso il congedo parentale ed è loro compito ritornare immediatamente a lavorare (il suicidio sul posto di lavoro raggiunge dei picchi stellari per il genere maschile) e anche quando sarebbero i più idonei non gli spetta quasi mai l’affidamento dei figli, che va alla madre perché tipicamente contemplata come “nata” per questo incarico.

Stereotipi di genere, cattiverie, realtà: questo è ciò ho voluto raccontare. Ma non solo.

La cosa più importante che volevo denunciare, tra le tante cose che sono qui narrate, è che il sessismo colpisce INDISTINTAMENTE TUTTI QUANTI e per questo va combattuto senza farsi la gara a chi è più discriminato tramite l’unione e la solidarietà reciproca”.

Misandria, questa sconosciuta

Questi sono il video e le parole di Maria Sofia, instagram, una ragazza di 15 anni.

Ed è da qui che voglio partire, dal racconto di Maria Sofia, per affrontare il tema della misandria, la cui definizione sul Treccani online dice: 

Avversione morbosa per il sesso maschile 

Il video di Maria Sofia mi ha fatto riflettere, così ho deciso di approfondire l’argomento.

Dalle mie ricerche sono emersi soprattutto due dati.

Il primo è che 4 anni fa l’Accademia della Crusca lanciava una petizione per inserire l’aggettivo misandrico/a nel dizionario della lingua italiana. 

Sì, nella lingua italiana non esiste il contrario dell’aggettivo misogino/a: la misoginia indica un sentimento di avversione verso il genere femminile, mentre l’avversione verso il genere maschile è definito misandria. 

La misandria però manca della forma aggettivale nella lingua italiana, per cui se chi detesta le donne si chiama misogino, chi invece disprezza gli uomini non può essere classificato perché il termine misandrico/a non esiste ufficialmente

Non è anche questa discriminazione di genere?

Un altro dato interessante è che l’aggettivo misandrico/a è invece presente nei dizionari di moltissime altre lingue: in francesemisandre“, in inglese misandrist“, in tedescomännerfeind“, solo per citarne alcune. 

Studi italiani sulla misandria

Il secondo dato emerso dalle mie ricerche è che non ho trovato studi, tesi, articoli accademici in italiano che trattassero la misandria. 

Probabilmente mi sbaglio. Forse non ho cercato abbastanza.  O forse no. 

Studi stranieri sulla misandria

Ho invece trovato due studi davvero interessanti sulla misandria in lingua spagnola: il primo s’intitola “Misoginia e Misandria: manifestazioni di violenza di genere negli adolescenti; dal punto di vista dell’Analisi Transazionale” ed è la tesi di laurea di Aura Vanessa Molina Escobar, sviluppata in Guatemala. 

L’altro è uno studio dal titolo “Machismo e misandria: il loro studio attraverso la pubblicità in tv”, svolto a La Coruña, in Spagna. 

Adolescenti, misoginia e misandria

Per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la violenza è:

l’uso intenzionale della forza o del potere fisico, di fatto o come una minaccia, contro se stessi, un’altra persona o un gruppo o una comunità, che causa o ha un’alta probabilità di causare lesioni, morte, danno psicologico, disturbi dello sviluppo o privazione

Misoginia e misandria si riferiscono alle diverse manifestazioni di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica e patrimoniale, simbolica, di genere) espresse da un genere verso l’altro all’interno di un contesto.

È importante partire dall’idea che in quanto esseri umani, indipendentemente dal genere, si possa ricadere nel ruolo di vittima o aggressore secondo schemi di riferimento specifici, i modelli culturali e le situazioni sociali in cui l’individuo si sviluppa.

È altrettanto importante considerare che sia gli uomini sia le donne hanno la capacità di essere vittime o aggressori. 

Una premessa fondamentale è che, quando si parla di violenza nel contesto guatemalteco, le donne vengono visualizzate in automatico come vittime e gli uomini come aggressori.

Lo studio guatemalteco sulla misandria

A mio parere, l’importanza del primo studio è stata quella di ricercare la visibilità dei due concetti di misandria e misoginia ancora poco conosciuti nel contesto guatemalteco, e che rimangono ancora oggi uno stereotipo. 

Lo studio ha identificato e descritto le principali manifestazioni e caratteristiche della violenza di genere negli adolescenti, e ha evidenziato la loro difficoltà di riuscire a visualizzare la violenza come fenomeno che fa parte della comunità.

Secondo il rapporto presentato dall’Istituto nazionale di statistica del Guatemala (INE) nel 2014, quando si parla di violenza di genere, il discorso è tutto incentrato sulle donne.

Le denunce fatte per violenza contro il genere maschile provengono esclusivamente da persone anziane e riguardano la violenza domestica sui bambini maschi. 

Il campione della ricerca

Il campione prescelto per la ricerca è composto da 91 ragazzi e ragazze di età compresa tra 4 e 17 anni. Tra loro ci sono 42 studenti di liceo. Tutti sono di origine urbana e rurale, ladini, di religioni diverse, con un livello socioeconomico medio. 

Nel contesto di crescita di questi giovani i ruoli culturali di uomini e donne sono molto radicati: l’uomo lavora fuori e la donna rimane a casa con i bambini, mentre i ragazzi possono avere attività extrascolastiche come giocare a calcio o uscire con gli amici. 

I giovani guatemaltechi hanno difficoltà a riconoscere il ciclo della violenza, provano disagio nell’esprimere affetto verso coetanei dello stesso sesso e hanno idee molto radicate sul ruolo culturale e sociale che i due sessi hanno nella loro società. 

Inoltre, questi giovani stanno crescendo in un contesto che abbraccia costumi, tradizioni e abitudini in cui la violenza è ricorrente e sistematica, in cui le donne sono state inquadrate come vittime che la subiscono nelle sue diverse espressioni a causa dell’esistenza di una cultura patriarcale della società. 

La violenza e le sue modalità di manifestazione sono cambiate nei decenni, ma per la maggior parte dei ragazzi è difficile ammettere di essere oggetto di abusi, soprattutto per i maschi, a causa della cultura patriarcale del loro ambiente. 

Cosa è emerso dallo studio sugli adolescenti

Una parte della ricerca si è soffermata esclusivamente sugli adolescenti tra i 12 e i 17 anni. 

Dalle loro risposte ai questionari è emerso che:

  • giustificano la violenza domestica come una malattia mentale
  • vedono il consumo di alcol come un fattore che predispone a violare gli altri
  • sentono i comportamenti violenti come qualcosa di innato nell’essere umano che non può essere controllato, li descrivono come una reazione a una provocazione, giustificando l’aggressività come una forma di difesa
  • cercano ragioni esterne per le manifestazioni di violenza in famiglia
  • non accettano che i familiari possano essere violenti per natura
  • trovano giustificazioni alla violenza domestica affermando che sia una forma di disciplina e di autorità 
  • darsi queste giustificazioni li rende in qualche modo liberi di osservare e/o praticare la violenza senza sentirsene responsabili  

La maggior parte degli adolescenti ha difficoltà ad accettare che nel loro ambiente sociale la violenza di genere è un fenomeno costante, riconoscono però che ci sono molti casi di violenza intorno a loro. Riferiscono che la violenza familiare si verifica in classi sociali diverse (dalla loro) e affermano che non è un loro problema.

Collegano specificamente la violenza di genere alla violenza sessuale, manifestano una difficoltà nel valutare gli atti aggressivi che avvengono all’interno di ambienti vicini a loro.

I risultati rivelano la loro resistenza a prendere coscienza della realtà che esiste all’interno del proprio ambiente culturale, il che a sua volta rallenta la responsabilità che ogni individuo deve assumersi per prevenire e intervenire nelle manifestazioni di violenza di genere. 

L’ultima parte del test rivolto agli adolescenti contiene domande che cercano di valutare il riconoscimento degli atti di violenza da parte dei partecipanti e la loro responsabilità in queste situazioni. 

La violenza e la famiglia

È comune tra loro affermare che sono soprattutto donne e bambini a essere vittime di atti violenti, i quali vengono perpetrati come atti di correzione per comportamenti inaccettabili all’interno dei loro diversi ambienti familiari e sociali.

Tuttavia, un’alta percentuale riconosce che le persone non amano essere maltrattate, nemmeno se lo si fa “per il loro bene”.

Alcuni dei partecipanti hanno lasciato intendere di essere vittime di violenza all’interno delle loro case, perché nella loro comunità di riferimento urla, insulti e percosse sono mezzi usati da molti genitori e coniugi per controllare comportamenti indesiderati sia nei figli sia nei partner.

I ragazzi ritengono che l’abuso emotivo sia grave quanto quello fisico, riconoscono che quando c’è violenza in famiglia non può esserci amore, ma che è molto comune sentire i genitori giustificare l’aggressività come mezzo di disciplina. 

Secondo la ricercatrice Angela Cuervo:

“La casa è un ambiente facilitante per comportamenti pro-sociali, la convivenza emotiva percepita dall’adolescente caratterizzata da affetto e supporto emotivo, insieme alla stimolazione dell’autonomia, sono predittori pro-sociali. 

Le dinamiche familiari alterano le norme, i valori, la comunicazione e la soluzione dei conflitti familiari e si riflettono nelle relazioni sociali nell’ambiente adolescenziale”

Le reazioni dei genitori alle situazioni e come risolvere i conflitti giocano un ruolo importante nello sviluppo socio-emotivo dell’individuo. 

Nella società guatemalteca la violenza è parte della struttura culturale all’interno della quale le risposte agli atti di violenza sono represse e inibite, offrendo giustificazioni per coloro che danneggiano gli altri.

In diverse comunità c’è una tolleranza generale all’abuso, a volte accettato come risposta normale a una situazione specifica.

La sottomissione delle donne è una realtà della vita quotidiana sia nella cultura guatemalteca che in altre.

La misoginia è un dato di fatto creato, consolidato, incoraggiato e accresciuto all’interno della società, nella quale si rafforza costantemente il ruolo della donna come vittima e dell’uomo come aggressore.

All’interno del gruppo di adolescenti analizzato è stato identificato lo stereotipo vittima femmina e aggressore maschio, evidenziando la difficoltà della visione culturale a riconoscere la donna come aggressore e l’uomo come vittima.

Nonostante per i ragazzi sia chiaro il concetto che ogni essere umano ha la capacità di attaccare o la debolezza di essere attaccato, tende tuttavia a scontrarsi con la percezione radicata in loro, che vede la violenza come qualcosa di estraneo a loro e identifica eventi forti come stupri, rapine o morte come aggressione, concentrandosi sulla violenza criminale.

I membri del campione hanno espresso difficoltà nel riconoscere un ciclo di violenza, perché percepiscono il concetto di violenza di genere come qualcosa di estraneo alla loro realtà, che include atti forti come stupro, aggressione o morte, e resistenza a vedere il fenomeno come qualcosa che accade all’interno delle case della loro comunità.

Infine, i ragazzi hanno detto che tra di loro coetanei ci sono manifestazioni di violenza, che vanno dall’aggressione verbale alle percosse tra di loro. 

Giovani, adulti, misoginia e misandria

Il secondo studio, invece, studia un totale di 600 soggetti.  Di questi, il 41,6% erano uomini e il 58,4% donne. 

L’età media era di 26 anni

Il 36,6% aveva completato gli studi liceali, il 26,9% dall’istruzione secondaria, il 23,6% dalla formazione professionale e l’8,2% dall’università (il resto delle percentuali era molto residuale). 

Il campionamento è stato casuale, non rappresentativo, utilizzando un gruppo di sondaggisti, studenti dell’Università di La Coruña. Tutte le interviste sono state condotte nella città di La Coruña. 

L’obiettivo dell’indagine è multiplo. In primo luogo, vorrebbe determinare se esiste un atteggiamento di rifiuto nei confronti della misandria, poiché sia ​​questo che il maschilismo dovrebbero essere considerati atteggiamenti discriminatori.

L’ipotesi degli studiosi è che il machismo (per machismo si intende un’eccessiva esibizione di virilità dovuta alla convinzione che il maschio sia superiore alla femmina) sarà rifiutato più della misandria, e che anche la misandria sarà considerata un atteggiamento positivo, poiché è un modo per dimostrare all’altro che uno non è macho. 

Il secondo obiettivo è determinare se è possibile differenziare le caratteristiche che definiscono il machismo dalla misandria.

Infine, si vuole verificare se esistono differenze nelle variabili dei ruoli sessuali tra coloro che si pongono a favore e contro il machismo, nonché tra coloro che si pongono a favore e contro la misandria.

L’ipotesi dei ricercatori è che non si troveranno differenze negli aspetti sopra citati, cosicché sia la misandria che il maschilismo saranno associati a variabili che tendono a discriminare in base ai ruoli sessuali.

Metodo di analisi

Sono stati selezionati due spot televisivi, uno considerato il più macho, l’altro il più misandrico tra una serie di pubblicità.

Poiché il primo pubblicizzava una compagnia di assicurazioni e il secondo un marchio di caffè, agli stessi soggetti è stato chiesto di scegliere un altro spot per ciascuno dei prodotti pubblicizzati, ma che non aveva nulla a che fare con questioni di ruoli di genere. 

In questo modo sono stati scelti due annunci di assicurazioni (uno classificato come macho) e due per il caffè (uno classificato come misandrico). 

Ai soggetti della ricerca è stato detto di aiutare a valutare le strategie aziendali, quindi volevamo determinare quali annunci fossero i migliori per i prodotti pubblicitari. 

Ogni soggetto ha iniziato compilando i dati sociodemografici di un questionario, quindi è stato mostrato il primo video e ha risposto al test differenziale semantico che ha valutato quel video. Quindi è stato mostrato il secondo video dello stesso prodotto ed è stato applicato di nuovo il differenziale semantico, e lo stesso con i due video dell’altro prodotto.

Dopo aver risposto alle valutazioni dei video, a ciascun soggetto è stata applicata la batteria di test relativi ai ruoli sessuali. 

Dopo aver completato la raccolta dei dati, ogni partecipante è stato informato del reale oggetto dello studio ed è stata richiesta l’autorizzazione per avere i propri dati. Nessuno ha rifiutato. 

Conclusioni dello studio

Lo studio ha consentito di trarre una serie di conclusioni: 

– I dati raccolti mostrano che non ci sono differenze tra i sessi dei partecipanti

– I soggetti rifiutano sia la misandria che il maschilismo, ma la misandria è più accettata. Preoccupa il fatto che quasi il 17% dei soggetti mostri un atteggiamento positivo nei confronti della misandria, anche se è altrettanto preoccupante che il 9% delle persone valutate difenda atteggiamenti a favore del machismo

 – La misandria è più vicina al modo di pensare di ogni persona (ideologia) e produce più simpatia e convinzione. Al contrario, il machismo produce umiliazione e rabbia

 – Le persone che esprimono un atteggiamento a favore della misandria si distinguono per la loro alta femminilità o apprezzamento degli aspetti espressivi del comportamento, ma d’altra parte hanno un’idea maschilista delle relazioni di coppia, difendendo generalmente una cultura dell’onore, cioè vale a dire l’esistenza di rapporti di coppia possessivi e con la subordinazione delle donne a favore degli uomini. Questa idea di subordinazione non include l’universo del lavoro, poiché è accettato che le donne svolgano ruoli non tradizionali. 

Inoltre, rifiutano la violenza

– Un atteggiamento maschilista implica chiaramente la legittimazione della violenza. 

Dallo studio spagnolo emerge che donne e uomini accettano il concetto di misandria come quello di misoginia. Cioè, si dicono convinti che esista la violenza delle donne sugli uomini, salvo poi avere un’idea maschilista del rapporto di coppia, nel quale la donna è comunque subordinata all’uomo.

Conclusioni mie

C’è molta confusione. Qualcosa si muove. Come esseri umani tentiamo di sradicare i nostri paradigmi mentali storici e tradizionali, ma c’è ancora tantissima strada da fare. 

Soprattutto in Italia, a quanto pare.  Dove il concetto di misandria è pressoché sconosciuto. 

Cosa possiamo fare nel concreto?

Di certo aprire il dibattito, aprire il dialogo, soprattutto con gli adolescenti e i giovani. Si può essere d’accordo o no, ma il video di Maria Sofia è un buon inizio.

Sono gli adolescenti e i giovani, dopotutto, quelli che cambieranno il mondo, quelli che possono renderlo migliore, anche per noi.

Se hai domande sull’approfondimento contattami sui canali social di Valory, sarò felice di risponderti e di avere uno scambio di opinioni. 

Oppure, scrivi le tue riflessioni, i tuoi dubbi, le tue domande nei commenti qui sotto.

Ti aspetto

Mariangela Campo