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Il podcast secondo Crognali: “Nuovo cinema per le orecchie” | Bevalory.com

Parte integrante, dal 2004, della scena giornalistica italiana e non solo, Damiano Crognali è tra le altre cose un reporter e un podcaster. Dal 2018 è corrispondente dal Golfo per l’Agenzia Giornalistica Italiana, ruolo che lo ha portato a vivere in Kuwait e seguire accadimenti in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iran.

È domenica mattina quando ci propone la videochiamata per l’intervista, e il primo pensiero è un comprensibilissimo “Ma di domenica? È socialmente accettabile?”. In qualche parte del mondo, sì. E quando vivi a Kuwait da un po’, circondato da persone con una settimana organizzata diversamente, inizi ad abituarti a uno spazio-tempo diverso, come un supereroe che scavalca il limite tra dimensioni per divertimento.

Una domenica prima di pranzo, quindi io, Vera Lazzaro, studentessa di Lingue per l’impresa all’Università Cattolica di Milano, nelle vesti di #valory reporter, ho parlato con Damiano di podcast (soggetto del suo ultimo libro nonché fenomeno in continua crescita  a livello globale) e della situazione lavorativa italiana, soprattutto in ambito giornalistico.

  1. Il podcast può sostituire il giornalismo (cartaceo e/o digitale) in un mondo in corsa?

Il podcast porta dei vantaggi indiscutibili, dal punto di vista del giornalismo. Prima di tutto, puoi essere da solo ad operare, o in un team di due persone, e il processo è più veloce, permette di competere con le radio, con i grandi media. Non è da sottovalutare la possibilità di invadere meno la privacy delle persone, un argomento molto sensibile, a cui prestare attenzione, soprattutto nei tempi che viviamo. Un ulteriore vantaggio è il poter utilizzare il podcast anche in mobilità: d’altronde è a tutti gli effetti “cinema per le orecchie”. Viviamo nell’epoca del multitasking e, pur non apprezzando troppo questo aspetto del vissuto quotidiano, ammetto che il podcast è il mezzo di comunicazione giusto per questo periodo storico. 

  1. Quali differenze sostanziali di funzionamento ci sono tra YouTube e i vari sistemi di diffusione di podcast? Quale sistema avrà più successo in futuro, sulla base dei dati odierni?

YouTube, per quanto riguarda i podcast, è una piattaforma di diffusione come un’altra. YouTube tratta soprattutto video, funziona “male” per i podcast, ma utilizzando il giusto titolo non è improbabile ottenere qualche click perché c’è una community attiva molto grande. Lo strumento migliore, ad oggi, per un podcaster italiano è Spotify. Il capo attuale della sezione Spotify Sud-Est Europa è Federica Tremolada, che qualche anno fa era a capo di YouTube e ha sottolineato spesso l’importanza di crearsi una fanbase. Spotify ha un vantaggio competitivo enorme, poi, perché sta investendo grandi cifre e ha creato un ecosistema particolare che porta il 60% del traffico audio odierno proprio su questa piattaforma. Ad oggi, poi, Spotify non rende esternamente visibili le persone che decidono di seguire un creatore, il che è un vantaggio: come su YouTube, per crescere rapidamente è meglio non mostrare la fanbase finché non diventa grande abbastanza da essere una sorta di “riprova sociale”.

  1. Cos’è più effettivo per raccontare un viaggio? Il video perché mostra, o il podcast perché stimola la fantasia e la voglia di avventura?

Premessa: i due pubblici sono completamente differenti. Chi guarda video di viaggi vuole vedere determinati posti, mentre per quanto mi riguarda credo che l’audio sia più simile a uno strumento di scoperta. Uno dei miei podcast racconta l’emergenza COVID-19 in Medio Oriente, ma non si limita a questo, e descrive anche i luoghi. Parallelamente, su YouTube, racconto il Medio Oriente, ma anche posti più vicini, come l’Abruzzo. I pubblici, ripeto, sono completamente diversi. Se ne sono resi conto anche Netflix e HBO: Netflix si occupa principalmente di video, ma crea podcast per intercettare il pubblico, più piccolo e settoriale, che preferisce l’ascolto alla visione; HBO fa podcast rivisitando le serie televisive in un linguaggio più adatto all’ascolto.

  1. C’è una tendenza, oggi, a temere l’ambito professionale in seguito ad anni in cui ci è stato detto che senza essere raccomandati non si andrà da nessuna parte. Lo scenario, ad occhio esterno, è effettivamente scoraggiante. Vista dall’interno, soprattutto dal punto di vista giornalistico, com’è la situazione?

Molto triste. Pochissimo tempo fa c’è stato il “concorsone”, a cui hanno partecipato tutti i giornalisti precari per entrare alla RAI come redattore “da 1200 euro al mese”. Per uno come me, una persona che viaggia, che ha bisogno di determinati mezzi, questa cifra è improponibile, ma ero comunque tra gli iscritti. Ogni volta che la RAI indice il concorso ci ritroviamo tutti lì, perché per chi vuole fare il giornalista è una bella sicurezza. Molti giornalisti e autori probabilmente si presenteranno anche al concorso del Ministero dell’Istruzione per diventare insegnanti, perché stiamo comunque parlando di uno stipendio fisso a fine mese. Sono fermamente convinto del fatto che lo stipendio fisso, certo, sicuro sia la morte di ogni creativo, ma non biasimo che si presenta a questi concorsi, perché sono il primo ad essere attratto da questa idea di sicurezza.

  1. Valory porta ai suoi “Valoryes” possibili esperienze lavorative e non – come per me i DIDays – che non sono basate tanto sulla “fedeltà” al social, quanto più alla meritocrazia. Non conta da quanto tempo tu sia su Valory, dovrai comunque partecipare al concorso come tutti gli altri e mostrarti in grado. La meritocrazia esiste ancora in ambito lavorativo? O non se ne è mai davvero andata dallo scenario?

Io credo una cosa riguardo la meritocrazia: chiunque ce la fa, anche se è “figlio di”, si è impegnato tanto. Essere “figlio di” non basta per mantenere una posizione. Se conosco molte persone nel mio ambito lavorativo ma non sono in grado di fare una cosa per bene, allora nessuno mi chiamerà per quella posizione. Può capitare che qualcuno parta da una posizione avvantaggiata, non lo metto in dubbio, ma per camminare deve essere bravo. Essere raccomandato, in un mondo super-competitivo come il nostro, non basta: devi darti da fare ogni giorno e amare quello che fai, capendo le regole del gioco.

  1. Ottenere notizie il più possibile “pure”, oggettive. È una possibilità al giorno d’oggi, quando ogni fonte sembra essere guidata da preconcetti, “bias” e simpatie politiche?

Nel momento in cui passi l’esame da giornalista la prima regola che devi imparare è: “Il giornalista non dice la verità, dice qualcosa di verosimile”, perché non è possibile riprodurre la verità. Il giornalista tifoso del Milan non potrà mai avere una valutazione oggettiva durante una partita tra Milan e Inter. L’oggettività non esiste: mostrare delle immagini in un video, utilizzare un tenore di voce in un podcast, sono entrambi filtri soggettivi. La mia religione, per come io la vedo, è diversa da come la vede un’altra persona che ha il mio stesso Testo Sacro. L’oggettività non è fattibile, e questo è un concetto a cui tengo tantissimo. La mia tesi di laurea era su “Il giornalismo di precisione”, e al suo interno affermavo la possibilità di un matrimonio tra oggettività e giornalismo attraverso l’uso corretto dei dati. Il giornalismo di precisione, che si occupa di statistiche, dati ed esperimenti sociali, è vicino all’oggettività, ma ad anni di distanza non credo più che qualcosa di simile sia fattibile. È importante, secondo me più del tentativo di raggiungere l’oggettività, e per per rispetto di sé stessi e dei propri valori, creare un prodotto di cui essere orgoglioso.

Insomma, il podcast è una nuova frontiera, un mondo ancora da esplorare e, soprattutto, da vivere e nutrire le idee. È un mondo che possiamo tenere in tasca, un’ulteriore evoluzione della realtà digitale in cui viviamo, una possibilità in più per un animo creativo deciso a mettersi alla prova. Alla fine, c’è sempre una nuova storia da raccontare.

Vera Lazzaro